Declino Università italiane – Interrogazione al Miur   Leave a comment

— Al Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca. — Per sapere – premesso che: 

l’economista Viesti, autore del volume «Università in declino. Un’indagine tra gli atenei da Nord a Sud», ha affrontato le tematiche sulle condizioni del sistema universitario italiano, alla luce dei cambiamenti introdotti dalla legge n. 240 del 2010; 

il testo suggerisce una riflessione su vari argomenti, come l’andamento degli iscritti, i processi di mobilità studentesca dal Sud al Nord del Paese e le garanzie di diritto allo studio, i percorsi di carriera dei docenti, nonché i meccanismi di finanziamento e valutazione degli atenei. Infine, esamina le caratteristiche dell’offerta didattica e la qualità della ricerca, il rapporto con il mondo dell’impresa e con la società nel suo complesso; 

per quanto concerne gli ingressi all’università, Viesti fa notare come, «rispetto a 8-10 anni fa, l’erogazione di somme di denaro agli atenei tramite il Fondo di Finanziamento Ordinario, sia diminuito di oltre il 22 per cento e, specularmente, gli studenti immatricolati si siano ridotti del 20 per cento»; 

in particolare, «fra il 2003-2004 e il 2014-15, i nuovi iscritti sono diminuiti di oltre sessantamila unità, arrivando a essere meno di 260 mila. Si tratta di una riduzione che non ha riscontri negli altri Paesi europei e che appare preoccupante, perché l’Italia ha già un numero di laureati estremamente basso. Infatti, è ultimo fra i 28 Paesi dell’Unione europea per la percentuale di giovani nella fascia 30-34 anni che hanno conseguito il titolo»; 

secondo lo studio, il calo degli iscritti dipenderebbe da tre diversi fenomeni. In primo luogo, come già notato dal rapporto dell’Anvur (2014), le immatricolazioni degli studenti che hanno un’età maggiore di 22 anni sono drasticamente diminuite; 

la riforma dei cicli universitari che, in una prima fase, ha prodotto un aumento degli immatricolati, ha fatto registrare, negli ultimi anni, solamente quattordicimila studenti ammessi a fronte dei sessantamila negli anni 2005-06; 

in secondo luogo, è diminuito il numero di immatricolati neodiplomati. Dato che, comune a tutte le regioni, dipende dai fattori demografici ed è stato, solo in parte, compensato dai flussi migratori in entrata, in particolare al Nord; 

in terzo luogo, le immatricolazioni sono scese a causa del disinvestimento nella formazione universitaria. Questo processo sembra più elevato nelle aree del paese tradizionalmente caratterizzate da livelli maggiori di scolarizzazione «ed è presente un esiguo incremento della formazione terziaria che, accompagnandosi alle dinamiche demografiche, provoca un mutamento molto differenziato delle domande di ammissione alle università italiane»; 

il Fatto Quotidiano, nell’articolo del 31 marzo 2017, ha affrontato i contenuti dell’analisi curata da Viesti, osservando che «(…) a fronte della riduzione del personale e dell’investimento economico, siano aumentati gli obblighi di vario genere per acquistare beni e servizi. Un ulteriore obbligo è caratterizzato dalle rendicontazioni valutative previste dall’Agenzia Nazionale di Valutazione dell’Università e della Ricerca. Tutte le università devono documentare le finalità formative e i risvolti occupazionali, le modalità di erogazione della didattica e di verifica degli apprendimenti degli studenti, nonché di dar conto della valutazione periodica del funzionamento dei corsi. Questi oneri aggravano il problema della carenza di personale e di fondi e, soprattutto, richiedono dei costi specifici che ricadano inevitabilmente sull’intera struttura, traducendosi in una minore capacità produttiva della stessa»; 

il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, inoltre, ha stanziato per l’ultimo progetto di ricerca di interesse nazionale (2015), circa 92 milioni di euro. Solamente 300 progetti, degli oltre 4.500 presentati, hanno beneficiato del finanziamento ministeriale. In particolare, alcuni hanno ricevuto solamente il 20-25 per cento degli importi richiesti e diversi ricercatori non hanno avuto la possibilità di attuare il programma di studio predisposto; 

un ultimo problema riguarda le facoltà scientifiche, dove la didattica laboratoriale risulta costosa e richiede adempimenti importanti e irrinunciabili inerenti alla sicurezza nei luoghi di lavoro. In molti casi questo comporta la chiusura dei laboratori o il loro ridimensionamento; 

il quotidiano ha evidenziato come «in questo settore, la riduzione dei finanziamenti all’università pubblica non sia ammissibile, in quanto rende impossibile lo svolgimento dell’insegnamento a causa dell’insostenibilità dei costi» –: 

alla luce dei fatti esposti in premessa, se il Ministro interrogato intenda chiarire quali siano le iniziative volte a migliorare il sistema universitario, al fine di garantire un’offerta didattica competitiva con le altre università europee; 

quali iniziative, per quanto di competenza, intenda assumere per potenziare la capacità di ricerca, d’innovazione e di formazione degli studenti iscritti negli atenei italiani. (4-16395)

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